Il viaggio: qualcosa di cui non si sa mai abbastanza

L’esperienza come volontari in Guatemala ci sta dando l’opportunità di conoscere da vicino alcune storie e dinamiche del fenomeno migratorio che attraversano tutto il continente americano, seppur partendo dalla consapevolezza che si tratta di qualcosa di estremamente complesso che non si finirà mai di comprendere. Alcuni racconti sono così incredibili da sembrare irreali, alcune storie così impattanti da essere difficili da accettare, alcuni sorrisi tanto belli quanto sorprendenti. Gli occhi che abbiamo visto sono gli stessi che prima di noi hanno visto moltissime cose, belle e brutte, ma tutte diverse tra loro e che per questo non credo potranno mai essere ricondotte ad un’unica descrizione del viaggio di chi migra.

Infatti, qui, l’obiettivo è descrivere alcuni dei tratti comuni che abbiamo incontrato attraverso storie di chi migra e le parole di chi studia e vive questo fenomeno nella casa.

La maggior parte delle persone che passano qui hanno come punto di partenza il Sudamerica (ad eccezione di chi parte già dal Centro) e spesso partono da Colombia o Venezuela. Quest’ultimo in particolare è l’origine della maggior parte delle persone in transito ed è separato con il Guatemala da più di 2500 km. Ma cosa c’è in questa enorme distanza? Questa è la vera domanda a cui nessuno sa rispondere con esattezza e che molti ignorano.

Istituzionalmente ci sono 6 frontiere, ci sono degli accordi che provano a limitare il numero di persone che riescono ad attraversarle, ci sono forze dell’ordine e militari che hanno il potere esecutivo per fare rispettare tali accordi.

Effettivamente ci sono ladroni, bande criminali, milizie indipendenti e polizia corrotta. Una serie di agenti pronti a fare denaro sulla pelle delle persone in transito. Chi migra vive nell’illegalità e qui le tutele dalle istituzioni non esistono, lasciando la strada spianata a queste figure che utilizzano liberamente con tutti i mezzi a loro disposizione per poter estorcere denaro. In questo caso il termine “sulla pelle” è letterale, perché la minaccia mette sempre in gioco la vita o l’opportunità di avere un futuro dignitoso, che riguarda sempre la stessa cosa ma in parole diverse. La situazione con illegalità e minacce sulla propria vita è la combinazione perfetta per avere la certezza di ottenere i soldi tanto ambiti.

L’obiettivo ovviamente è sempre sopravvivere e la conseguenza in alcune occasioni è la vita di strada, per tutti coloro che non hanno sufficienti soldi per andare avanti o al quale è stato sottratto tutto dai soggetti appena citati. Quella vita dove la dignità viene meno, di fronte agli sguardi delle persone che ti passano davanti o quando capita di vedersi nella vetrina del negozio in fronte al quale si è seduti. Quella situazione dove nessuno dovrebbe stare, ma che alcuni bambini e gli anziani vivono andando in contro a tutti i pericoli del caso.

Una delle foto più iconiche della casa: un cartello usato per chiedere elemosina in strada che viene temporaneamente messo da parte per l’opportunità di pernottamento data dalla Casa, ed indirettamente da chi ha ispirato realtà come queste (rappresentato nel quadro).

Poi, naturalmente ci sono montagne, strade desertiche, freddo, caldo atroce, enormi fiumi da attraversare e ostacoli naturali di diversa natura, che tra i più pericolosi di tutto il cammino trova la Selva del Darién. Si tratta di una giungla, composta da alture, vegetazione fittissima, animali molto pericolosi, fiumi da attraversare, che nelle stagioni di pioggia diventano estremamente possenti e impossibili da attraversare.

E poi c’è tutto quello che viene descritto sopra, proprio tutto. C’è la frontiera e ci sono i militari che pattugliano il confine per degli accordi istituzionali che dovrebbero limitare l’ingresso nello stato di Panama, ma che concretamente hanno il potere di controllare a piacimento il confine lasciando spazi scoperti dove le persone possono passare, finendo per essere parte del meccanismo che regola il percorso di chi migra e le loro vite.

Poi ci sono le bande e i criminali, che trovano l’ambiente perfetto per agire indisturbati dalle istituzioni: in totale libertà, dove le forze dell’ordine e gli occhi del mondo non possono giungere. Qui nascono situazioni tanto terribili da non poter essere raccontate, si trovano paesaggi tanto terrificante da non poter essere descritti e si creano esperienze tanto brutte da voler essere solo dimenticate e non viste mai più.

Si tratta di un luogo tanto bello naturalisticamente parlando quanto terribile per chi vive la migrazione, diventando per diverse persone la fine del viaggio. Un giorno un ragazzo mi ha detto: “Ho attraversato la Selva con mia moglie e mia figlia. È stato durissimo e se avessi saputo quanto quasi sicuramente non sarei mai partito”. Lui è venezuelano e la crisi del suo paese è molto nota, la cui conseguenza che possiamo facilmente trarre è che il viaggio può essere tanto difficile al punto che vivere senza prospettive per il futuro è perfino meglio.

Infine, umanamente, ci sono uomini, donne, bambini, anziani, famiglie, amici, compagni di viaggio. Persone che vivono un’esperienza indelebile nella loro vita. Talvolta tanto lunga per la mancanza di denaro o per le fragilità che si portano dietro, talvolta più breve ma altrettanto intensa. Un viaggio che si compone di questi elementi brevemente descritti e tanti altri sconosciuti, dove la situazione è sempre in continua mutazione e dove gli unici testimoni sono quelli che ne soffrono. Si tratta sempre di qualcosa che concretamente finirà, un giorno e in un modo o in un altro. Ma che, forse, dentro di loro non finisce mai, attraverso la memoria o le esperienze passate che influenzano indelebilmente il futuro. Può essere un evento traumatico, la perdita di qualcuno o un periodo scolastico perso per dover compiere questa impresa. Forse, il viaggio di chi migra non termina alla destinazione ma è molto più lungo.

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