Da dove si inizia per costruire un nuovo futuro?
Mi chiamo Mohammed Shahagha, ho 43 anni e vengo dall’Afghanistan. Il mio sogno era semplice e immenso allo stesso tempo: poter vivere con la mia famiglia, al sicuro, in un luogo dove costruire il nostro futuro.
Sono arrivato a Casa Scalabrini 634 a fine dicembre del 2016. Di giorno lavoravo tanto, facevo due lavori — uno anche in un’agenzia turistica — e trascorrevo poco tempo in casa. Ma ogni sera portavo con me il pensiero della mia famiglia lontana, che viveva ancora in Afghanistan. All’epoca avevo tre figli.
I mesi vissuti a Casa Scalabrini — sei, forse sette — sono stati intensi. Sentivo il bisogno di migliorare la lingua italiana e di prendere la patente, perché sapevo che guidare avrebbe potuto aprirmi nuove strade lavorative. La patente è stata una vera sfida: finito il lavoro, frequentavo il corso nel tardo pomeriggio, spesso stanco, ma motivato. Le lezioni erano organizzate nella casa, con Chiara e altri volontari che rendevano tutto più leggero, quasi divertente, anche nei momenti di fatica.
Casa era tante cose diverse: feste, cene comunitarie, piccoli scontri quotidiani. Vivere con trenta persone non è mai facile: ognuno con le sue abitudini, il suo carattere, le sue sfide. Ma il senso di comunità che si creava era reale. Era fatto di rispetto, di gesti semplici. Stavo bene con tutti.
Un giorno d’agosto, durante un’uscita al mare con la Casa, ho fatto un tuffo nell’acqua e sono tornato con la gamba piena di ricci di mare. Lo ricordo ancora, non solo per il dolore, ma perché anche quella era una parte della vita in comune: ridere, preoccuparsi, aiutarsi.
Anche dopo essere uscito, Casa Scalabrini 634 è rimasta nella mia vita. Tornavo spesso per le feste, per un saluto, per sentirmi ancora parte di quel luogo che era anche legami e relazioni.
Il mio sogno però era ancora lontano. Nel 2017 ho iniziato l’iter per ricongiungermi con la mia famiglia. Nel 2019 ho fatto la richiesta ufficiale, ma la burocrazia rallentava tutto. Poi è arrivato il Covid: ambasciate chiuse, documenti scaduti, attese infinite. Ogni volta che sembrava tutto pronto, spuntava un nuovo ostacolo.
Quando la situazione in Afghanistan è precipitata con l’arrivo dei talebani, la preoccupazione per la sicurezza di mia moglie e dei miei figli è diventata insostenibile. Ho fatto di tutto per accelerare i tempi, e grazie ad altre associazioni e ai corridoi umanitari, a novembre 2022 sono finalmente riuscito a portarli in Italia.
La gioia dell’abbraccio ritrovato si è scontrata presto con una nuova difficoltà: non avevamo un posto dove vivere. I primi giorni li abbiamo passati in hotel, ma i costi erano insostenibili. Non pensavo che portare la mia famiglia qui sarebbe stato solo l’inizio di un nuovo cammino in salita.
Ho chiamato Casa Scalabrini. Ancora una volta, erano lì: ci hanno accolto in un momento di grande fragilità e in un luogo calmo e accogliente. È lì che i miei figli hanno messo piede per la prima volta in Italia. È lì che hanno iniziato a sognare anche loro, andando a scuola e imparando le prime parole di una nuova lingua.
Oggi continuo a lavorare, ho preso anche la patente C per guidare i camion. Mia moglie Nooria sta imparando ad affrontare la vita qui, tra difficoltà e nuove scoperte. Non è semplice, ma il sogno non si è spento e ogni giorno combatto per donare ai miei figli un futuro da sognare.
Casa Scalabrini 634 non è solo un luogo dove ho vissuto: è un pezzo della mia storia, il luogo dove i miei figli hanno trovato amici, momenti di gioco e festa. Ringrazierò per sempre le persone che mi sono state accanto in questi momenti e auguro a chiunque arrivi in un nuovo paese di trovare un posto da chiamare Casa.



