Accedere a uno spazio di cura

S. Wasi Sito

A raccontarci questa storia è Gabriella, psicologa del progetto Wasi di Milano dal 2023, che ha seguito S. in lingua inglese. Il nome della donna è stato modificato per tutelarne la privacy.

Quando ho conosciuto S., 21 anni, originaria dell’Iran, mi sono trovata davanti a una ragazza molto giovane, ma con uno sguardo già segnato da una fatica che andava ben oltre la sua età. Nei primi colloqui parlava poco, con estrema cautela, come se ogni parola dovesse prima essere controllata.

La possibilità di lavorare in una lingua che lei stessa padroneggia bene (l’inglese, per quanto non sia la sua madrelingua) è stata da subito fondamentale non solo per una questione di comprensione, ma perché le ha permesso di sentirsi finalmente in uno spazio in cui non doveva trattenersi o temere di essere fraintesa. Piano piano è emersa una storia personale e familiare molto complessa. S. ha raccontato di aver subìto abusi da parte di un cugino durante l’adolescenza, un’esperienza rimasta per anni senza un vero riconoscimento e senza una reale protezione da parte degli adulti di riferimento. Di questo episodio parlava con grande difficoltà, mescolando vergogna, rabbia e un senso di colpa che nel tempo aveva finito per interiorizzare.

Anche il contesto familiare attuale è molto gravoso. La madre, fortemente dipendente sul piano affettivo, tende ad appoggiarsi a lei in modo costante, cercando in S. una figura di sostegno emotivo più che offrire un contenimento materno. Il padre ha una disabilità importante e necessita di attenzioni continue. In casa ci sono inoltre tre fratelli più piccoli, di cui S. si occupa quotidianamente. Di fatto, più che vivere il proprio ruolo di ragazza di 21 anni, si trova da tempo a fare da “grande”, a reggere parti della vita familiare che non dovrebbero essere sulle sue spalle.

In un colloquio, cercando di spiegare questa sensazione, mi ha detto una frase che mi è rimasta impressa: “Mi sento come Cenerentola”. Era un’immagine semplice, ma molto precisa. C’era dentro il senso di essere utile a tutti e vista da nessuno, il vissuto di ingiustizia, il sacrificio costante, il sentirsi messa da parte pur essendo indispensabile.

Dal punto di vista clinico, S. presenta una marcata difficoltà nella gestione delle emozioni. A momenti di apparente controllo e lucidità si alternano crolli improvvisi, con pianto, rabbia rivolta verso di sé, vissuti di vuoto e una forte autosvalutazione. In alcuni momenti del percorso sono emersi anche episodi di autolesionismo, non tanto come un gesto con una chiara intenzionalità suicidaria, quanto come tentativo di scaricare una sofferenza interna che lei stessa descrive come “troppo forte”. Il lavoro terapeutico è stato ed è ancora orientato soprattutto alla possibilità di dare un nome a ciò che prova, di riconoscere i segnali che precedono il crollo e di costruire gradualmente modalità meno distruttive per stare dentro le proprie emozioni.

Anche la scuola e ora l’università, che potrebbero rappresentare uno spazio di crescita e d’integrazione, per lei sono spesso luoghi di fatica. La barriera linguistica, il senso di estraneità, le differenze culturali e il carico che porta a casa rendono difficile sentirsi davvero parte del contesto. Eppure, nonostante tutto questo, S. è una ragazza molto intelligente. Ha un pensiero rapido, profondo, una grande sensibilità e una capacità di osservazione non comune. Quando riesce a sentirsi al sicuro, emergono risorse importanti, insieme a un desiderio molto autentico di costruirsi una vita diversa.

Il percorso è ancora in divenire, ma alcuni cambiamenti si vedono già. S. oggi riesce più spesso a chiedere aiuto prima di arrivare al crollo, riconosce meglio alcuni stati emotivi e sta iniziando a distinguere i propri bisogni da quelli della sua famiglia. Il suo caso rende molto evidente quanto il supporto psicologico svolto da professioniste in una lingua straniera non sia un elemento secondario, ma una condizione concreta perché queste giovani donne possano davvero accedere a uno spazio di cura.

Senza questa possibilità, storie come quella di S. rischiano di restare sommerse, silenziose ed invisibili.

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