Diario da Ceuta: l’accoglienza tra tensioni ed emergenza
Diario da Ceuta: l’accoglienza tra tensioni ed emergenza
«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25, 35). Non avrei mai immaginato che queste parole mi sarebbero costate così tanto oggi, quando improvvisamente dare un bicchiere d’acqua o un pezzo di pane è diventato difficile e fa persino sentire impotenti.
Ceuta è una piccola città spagnola situata nel Nord Africa, al confine con il Marocco e affacciata sullo Stretto di Gibilterra. Negli ultimi giorni, la città ha vissuto una situazione particolarmente drammatica. Migliaia di persone, tra cui molti minori, sono arrivate in condizioni di estrema vulnerabilità. Le strade, i parchi e gli spazi pubblici si sono riempiti di volti segnati dalla stanchezza, dall’incertezza e dalla fame.
Anche noi di Casa San Antonio, un piccolo centro d’accoglienza per migranti supportato dalla rete della Segreteria per le Migrazioni della Diocesi di Cadice e Ceuta, abbiamo cercato di dare una mano. Nelle prime ore abbiamo prestato soccorso ad alcuni feriti, distribuito acqua, pane e generi di prima necessità, e offerto informazioni a chi arrivava completamente disorientato. Tuttavia, la nostra struttura è piccola e l’entità dell’emergenza ha superato di gran lunga la nostra capacità di risposta.
Ho impressa nella mente l’immagine di alcuni bambini che, camminando, sbirciavano attraverso il nostro cancello. Non chiedevano molto: un po’ d’acqua, un pezzo di pane. Con un gesto che senza parole esprimeva il loro bisogno più profondo, portavano i palmi delle mani alla bocca tendendoli come a mandare un bacio. Purtroppo, non è così semplice aiutarli. A volte abbiamo dato qualcosa con prudenza, altre volte abbiamo dovuto dire a malincuore che ci dispiaceva, che non potevamo. Abbiamo agito con estrema cautela: l’esercito è a pochi metri di distanza e distribuire cibo o acqua rischia di essere visto come un’alterazione dell’ordine pubblico. Come si fa a indurire il cuore di fronte a tutto questo? Non si può.
A ciò si aggiunge la forte tensione per le strade. Alcune persone sono scese in piazza a protestare, talvolta armate di bastoni, e si sono verificati scontri, con feriti e vittime. Nel frattempo, i migranti vagano senza meta, senza un posto dove stare, i negozi restano chiusi e le forze dell’ordine li spostano continuamente per sfinirli e reindirizzarli verso il confine.
Ci sono questioni di fondo complesse, che implicano dinamiche politiche e accordi tra governi. Ciò che è chiaro, però, è che a pagarne il prezzo sono sempre i più poveri, usati come pedine in un gioco che non hanno scelto.
E fa male sentire il modo in cui si parla di queste persone. Alcune voci politiche parlano di “invasione”, come se arrivassero per attaccare; ma io vedo solo bambini, donne, giovani e famiglie. Metterli tutti insieme, confonderli con i criminali e instillare paura non significa informare, significa seminare odio. E questo non è ciò che ci insegna il Vangelo. Fa male persino sentire i bambini, dai balconi dei palazzi della città, gridare ai soldati: “Soldato! Soldato! Si nascondono in chiesa, nel giardino! Tre sono scappati, tornatevene al vostro paese!”. È davvero sconvolgente vedere come i migranti debbano nascondersi e implorare aiuto mentre esercito e polizia li inseguono.
Rispondiamo al meglio delle nostre possibilità, sempre con prudenza. A San Antonio ora siamo insieme a quattro giovani volontari arrivati dall’Italia con l’ASCS (Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo). María Victoria e Francesca sono qui da circa un mese e mezzo e si spendono senza sosta. Alessandro e Alessia sono appena arrivati: raccontavano che durante il viaggio, guardando le notizie, non vedevano l’ora di giungere a destinazione; sono arrivati in tempo e si sono messi subito all’opera. Con loro ci sono lo staff, i responsabili della Segreteria Migrazioni e i volontari locali. Come Chiesa ci siamo messi a disposizione delle istituzioni e delle organizzazioni competenti, offrendo ciò che abbiamo: risorse umane e materiali, nel rispetto dei ruoli di ciascuno. Non vogliamo agire da soli, ma coordinarci per capire quali contributi concreti offrire. È un impegno piccolo e umile, ma fatto con il cuore: un po’ d’acqua, un pezzo di pane e la nostra presenza, affinché nessuno si senta solo. Non possiamo fare di più, ma per noi questo significa già rispondere al Vangelo.
Continueremo a condividere cibo e bevande finché potremo. Non risolveremo un problema così grande, ma vogliamo assicurarci che nessun bambino che bussa alla nostra porta se ne vada sentendosi abbandonato. Perché, quando tutto questo sarà finito, la domanda fondamentale rimarrà la stessa: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35).





