Partenza

Ci sono parole vive, parole morte, parole ambigue e altre univoche, ci sono parole strausate, quasi abusate e altre che si affacciano timide e sembra che temano di farsi vedere….
Mi chiamo Elena, sono partita il 13 ottobre da Castello di Godego (un paese in provincia di Treviso in Italia) per vivere un’esperienza di volontariato internazionale e, dopo un paio di settimane in Guatemala, se dovessi scegliere una prima parola direi “Partenza”. E’ una parola che usiamo spesso, viene associata ad altre parole come andare, camminare, iniziare, correre, via, inizio, … Però non tutte le partenze hanno lo stesso significato: si parte la mattina per andare al lavoro, si parte per una vacanza, si parte in cerca di un’avventura, si parte in risposta a qualcosa o qualcuno, si parte per partire, per non restare fermi, per incontrare, per fuggire, per cercare, per salutare…
E poi c’è il “peso specifico” di ogni partenza: ci sono partenze spensierate, leggere, gioiose, attese, trepidanti ma ce ne sono anche di sofferte, tristi, obbligate, rabbiose, tradite…
Anch’io ad un certo punto sono partita dopo un lungo conflitto tra il restare in luoghi sicuri e amati e l’andare verso qualcosa di indefinito ma che aveva sapore di vita e promessa. Son partita, e facendolo, sono arrivata in Casa del Migrante a Città del Guatemala dove, anche un po’ a sorpresa, ho incontrato altre partenze, in particolare quelle di tante persone che passano di qua tutti i giorni, persone che hanno lasciato la loro casa, i loro cari a volte spontaneamente alla ricerca di una vita migliore, a volte obbligati da violenze, estorsioni, crisi, ecc, … Qualcuno è partito solo, altri con tutta la famiglia, altri ancora con amici. Alcuni sono partiti con la leggerezza di chi insegue un sogno, di chi guarda al futuro e spera in un mondo migliore, altri con la pesantezza nel cuore, con la tristezza di chi lascia ciò che ama e va verso qualcosa di indefinito che “si Dios quiere”, come dicono qui, sarà migliore, altri ancora sono partiti all’improvviso, di corsa e portano dentro la paura, la disperazione, il senso di ingiustizia per quanto subito…
Si parte da un “dove” e qui i luoghi di provenienza sono Venezuela, Honduras, Nicaragua, El Salvador, Ecuador a volte anche Panama… ma anche dagli Stati Uniti o a volte dal Messico da dove molti migranti vengono deportati… in ogni caso si parte da un luogo che si chiama “casa” un luogo a cui, al di là di tutto, si è e si rimarrà sempre legati e che di tanto in tanto riaffiorerà nella mente e nel cuore.
E poi c’è il “quando”: c’è chi parte di notte, di giorno, ma soprattutto c’è chi parte a 18, 23, 30 anni ma anche chi parte a 50 e chi parte ed ha solo tre mesi o qualche anno… Non ci son solo giovani, ma intere famiglie anche con 4 o 5 bambini che spesso arrivano con gli occhi grandi e lucidi carichi di stanchezza.
Infine il “come”: certo si può partire con qualche mezzo di trasporto ma ci sono pezzi di strada da fare a piedi in città o giorni e giorni da passare nella foresta, spesso affamati e con la speranza di non perdersi o incontrare chi purtroppo vive alle spalle di chi è più fragile e indifeso… c’è anche chi è partito con un aereo, ma in questo caso non per sua volontà ma perché deportato e lasciato in aeroporto in un paese che molte volte non riconosce più come suo perché ormai da troppo tempo si era radicato negli USA.
“Partenza” quindi è la parola che mi porto in questi giorni nel cuore, che risulta magari un po’ vaga ma che condivido. Forse il vero significato di una partenza si delinea lungo il cammino o forse anche dopo perciò, visto che probabilmente a questo articolo ne seguiranno altri, lasciamola come parola aperta e vediamo nei prossimi mesi dove porterà…


