Restare umani allo Scalabrini Centre: la testimonianza di Bintou Diop

di Bintou Diop

A ventisei anni, dopo molte esperienze di viaggio in diversi paesi europei nell’ambito della migrazione, ho sentito nascere in me il bisogno di comprendere il contesto migratorio sudafricano.

Oggi lavoro nel dipartimento giuridico dello Scalabrini Centre di Cape Town, una delle tre capitali del Sudafrica.

Cape Town è una città sospesa all’estremo confine del continente africano, dove l’oceano Atlantico incontra l’oceano Indiano. Da questo incontro nasce una bellezza singolare: montagne uniche, paesaggi che sorprendono lo sguardo, un clima estivo ideale per vivere le spiagge e un vento così impetuoso che gli alberi faticano a restare in piedi.

Dietro i suoi paesaggi spettacolari, però, si nasconde una realtà fatta di profonde disuguaglianze, di violenze strutturali e di vulnerabilità estreme. È una delle città più pericolose al mondo, non per caso, ma come conseguenza di storie spezzate e di sistemi che lasciano indietro i più fragili.

È questa vulnerabilità che incontro ogni giorno allo Scalabrini Centre, attraverso i richiedenti asilo che accompagniamo. Uomini e donne costretti a lasciare le loro terre, spinti via da conflitti armati, instabilità politiche, disastri naturali o dalla scarsità delle risorse — quando l’unica possibilità rimasta è la fuga.

Donne e uomini arrivati dalla Repubblica Democratica del Congo, dalla Somalia, dallo Zimbabwe: ciascuno con una storia unica, ma legati dalla necessità di sopravvivere. Li accompagniamo quotidianamente in un percorso che ha qualcosa di profondamente umano, quasi terapeutico: ascolto, sostegno, orientamento e presenza, all’interno del labirinto complesso e accidentato della procedura d’asilo in Sudafrica. Non è solo un lavoro amministrativo o giuridico.

Rinnovo del titolo, storia personale, empowerment, ricorsi, advocacy, riunioni strategiche: parole che scandiscono le nostre giornate con un ritmo costante, a volte pesante, ma necessario.

Non potrei raccontare la mia esperienza a Cape Town senza evocare i numerosi interrogativi e gli apprendimenti personali che ne sono nati. Essere volontaria allo Scalabrini Centre è stato un percorso per capire questo spazio, fragile e potente allo stesso tempo. È stato confrontare i miei stessi limiti, rimettere in discussione le mie certezze, imparare a lavorare in un contesto complesso, multiculturale e profondamente umano.

Vivere un anno in Sudafrica, immergersi nelle sue varie lingue, nelle sue contraddizioni e nella sua storia ancora viva, non è solo un’esperienza professionale. È un percorso di trasformazione. Per me, la distanza geografica è diventata una forma di chiarezza. Come se l’allontanarmi mi avesse permesso di avvicinarmi a ciò che conta davvero.

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