
Centro San Antonio – Ceuta
Centro San Antonio – Ceuta
Tra le onde, la paura e la speranza
La guardiana della casa
Mi chiamo Narllis. Sono quella che apre la porta ai nuovi arrivati, che cammina accanto ai volontari, che traduce quando le parole non bastano e che abbraccia la paura di tanti giovani che arrivano persi e soli.
A volte sono anche quella da cui alcuni ragazzi scappano ridendo.
Perché?
Perché sono io a ricordare le responsabilità della casa: “Ehi, tu! Oggi tocca a te il bagno… non pensare di scappare.”
E loro scappano via ridendo, con quella malizia che appare solo quando ci si sente davvero al sicuro. Poi, però, tornano e sistemano tutto. Perché sanno che pulire il proprio spazio significa prendersi cura della propria casa. E San Antonio è proprio questo: una Casa.
Un luogo dove si respira affetto, rumore di vita, profumo di cibo, discussioni su chi ha lavato i piatti e chi no… Il tipo di ambiente che fa sì che i ragazzi, dopo tanto dolore, tornino a sentire di appartenere a una comunità.
Io occupo uno spazio discreto ma necessario: quello di una presenza adulta vicina, che accompagna con dolcezza e pone limiti con affetto, che c’è senza invadere, che sostiene senza sostituirsi a nessuno, offrendo un piccolo rifugio dove possano sentirsi al sicuro e in pace.
E tra tutti i giovani che sono passati da questa casa, c’è la storia di un ragazzo che mi ha attraversato da parte a parte. Il suo nome è Mohamed.

Il giorno in cui arrivò Mohamed
Una mattina mi avvisarono che stava arrivando un ragazzo nuovo e che avrebbe avuto bisogno di traduzione. Quando entrò, vidi nei suoi occhi paura, stanchezza e una forza silenziosa che hanno solo coloro che sono sopravvissuti all’impossibile.
Ci sedemmo uno di fronte all’altra e quando cominciò a parlare dovetti trattenermi dal piangere. Mi raccontò della sua famiglia: sei fratelli, lui il terzo, ma sempre con il cuore del fratello maggiore: responsabile e protettore. Di quelli che sentono di dover sostenere il mondo con le proprie mani.
Suo padre lavorava senza sosta, ma la povertà era tanta. Mohamed studiava e sognava, ma il bisogno vinse sui sogni e si ritrovò a mettere da parte dei soldi per partire da Fez verso Fnideq. Se ne andò da solo, con pochi soldi e molta fame, ma con la speranza di futuro migliore per sé e per la propria famiglia.

Il viaggio verso l’ignoto
A Fnideq si unì ad altri ragazzi nella sua stessa situazione. Lavoravano sulle spiagge vendendo bevande, sempre attenti a non essere catturati dalla polizia perché vendere per strada è illegale. Dormivano e mangiavano dove e quando potevano.
Mohamed risparmiò per settimane per comprare una muta da sub e delle pinne: la sua unica possibilità per arrivare a Ceuta era via mare. Raggiungere Ceuta, un’enclave spagnola in Nord Africa, vuol dire, per tanti migranti, raggiungere l’Unione Europea e richiedere asilo.
Negli ultimi anni l’accesso a Ceuta è diventato estremamente difficile, le frontiere sono fortemente controllate. Il muro di separazione (circa 12 km, esteso in parte fino al mare) è stato rinforzato: nel 2020 il filo spinato superiore è stato rimosso e sostituito con altri sistemi di dissuasione, portando le barriere fino a 10 metri di altezza.
Mohamed sapeva, quindi, che il mare era la sua unica via.
Un giorno, dopo aver pregato per ore nella moschea di fronte alla spiaggia, decise di gettarsi in mare. E ricordava il suo amico che un anno prima era morto tentando la stessa traversata.
La morte aleggiava vicina, ma Mohamed continuò.
La notte del grande salto
A mezzanotte, quando cambiarono i turni dei poliziotti, Mohamed pensò:
“Ora o mai più.”
Mi raccontò che l’acqua era gelata, che le onde lo colpivano senza pietà e che la nebbia non lasciava vedere nulla. Ma lui andava avanti. Nuotò per più di sei ore senza fermarsi, con solo due strumenti: la tuta da sub e le pinne.
In mezzo al mare incontrò una donna con due bambini e altri ragazzi. Non erano partiti insieme, ma si ritrovarono a vivere lo stesso destino.

L’arrivo a Ceuta
Dopo più di sei ore lottando contro il mare, Mohamed non sentiva più le braccia. Le gambe tremavano. La pelle bruciava come se mille aghi la trafiggessero. Il freddo gli entrava nelle ossa, perché anche le tute da sub dopo un po’ perdono la loro efficacia. Ci fu un momento in cui chiuse gli occhi e pensò:
“Se affondo ora, nessuno lo saprà… nessuno saprà che sono arrivato così lontano.”
Ma continuò. Continuare era tutto ciò che aveva.
Quando toccò terra, cadde in ginocchio e pianse. Pianse per la paura, per il dolore, per il sollievo. Era sopravvissuto.
Un pescatore anziano lo vide steso a terra e, senza fare domande, lo coprì con la sua giacca e gli offrì del tè caldo. Mohamed dice che quel sorso fu come “rinascere”.
Con paura, ma determinato, andò fino al commissariato. Credeva che lo avrebbero trattato male. Ma accadde il contrario:
«Hai freddo? Fame? Vieni, siediti qui.»
Gli diedero vestiti asciutti, cibo caldo e lo trasferirono in un Centro per Minori.
Mi disse: «Quel giorno capii che, anche se ero solo, ne era valsa la pena arrivare qui.»
L’arrivo a San Antonio
Quando compì 18 anni uscì dal Centro per Minori. Passò notti fredde e giorni eterni per strada, aspettando una risposta per i suoi documenti. Quando arrivò a San Antonio gli dissi: «Questa è casa tua. Nessuno è solo a San Antonio.»
E in quell’istante il suo sguardo cambiò. Non pianse, ma credo che la sua anima lo fece. Un sorriso piccolo, timido, sincero si disegnò sul suo volto.
Settimane dopo mi disse: «Qui mi sono sentito come a casa.»
E sì: i giochi, le battute, i pasti, i turni di pulizia (anche se scappavano da me), le chiamate a sua madre per chiedere ricette, le colazioni con i volontari, i disegni, le lezioni di spagnolo gli restituì qualcosa che la vita gli aveva strappato: la sensazione di appartenere a una casa, a una famiglia.

Ciò che Mohamed ha lasciato in me
La sua storia mi ha segnato per sempre. Non solo per quello che ha vissuto, ma per come lo racconta: con dolore, con verità, con speranza.
Mohamed mi ha insegnato che l’accoglienza non è solo un tetto: è guardare qualcuno negli occhi e dirgli “la tua vita conta”. È restituire dignità, speranza e futuro. È creare casa dove prima c’era solo paura.
Mohamed è sopravvissuto al mare, alla solitudine, alla strada. Ma a San Antonio ha recuperato qualcosa di ancora più importante: essere visto, essere ascoltato, essere amato.
Da quel giorno la sua storia fa parte anche della mia.






