
Trasformare la rabbia, praticare la solidarietà
Mi chiamo Silvia, ho 24 anni e ormai due anni fa mi sono approcciata per la prima volta all’ambito dell’accoglienza di persone migranti svolgendo un anno di servizio civile in un centro per richiedenti asilo a Milano. Grazie a quell’esperienza mi sono resa conto di aver trovato un contesto adatto a me, ai miei valori e alle mie aspirazioni. Così ho iniziato a cercare un luogo in cui poter vivere un’esperienza di volontariato per alcune settimane e, dopo qualche ricerca e alcuni consigli, a luglio 2025 sono partita per due mesi a Calais, un luogo che fino a poco tempo prima conoscevo pochissimo.
Le violazioni dei diritti umani e il vuoto delle istituzioni
A Calais mi sono trovata davanti ad una realtà dura, un contesto estremamente precario, in cui quelli che dovrebbero essere diritti fondamentali vengono costantemente calpestati ed in cui le istituzioni ostacolano completamente la vita e le prospettive delle persone in movimento. A Calais, ogni 48 ore le forze dell’ordine sgomberano le cosiddette jungle, accampamenti informali sparpagliati in varie zone della città e nei suoi dintorni. Le istituzioni non garantiscono i servizi essenziali e non mettono a disposizione luoghi di accoglienza: a colmare questo vuoto ci sono numerose associazioni, tra cui ASCS che, insieme agli scalabriniani di Calais, gestisce Maison Effatà, una casa di accoglienza per uomini in transito.
Vivere in quella casa per due mesi è stata un’esperienza intensa, arricchente, talvolta complessa. Ho visto relazioni di fiducia e amicizie profonde crearsi in pochissimo tempo, ho imparato quanti legami si creano condividendo lo stesso spazio abitativo, cucinando insieme, giocando insieme.
Così ho capito che non è necessario parlare la stessa lingua quando ormai sai esattamente a che ora si sveglia una persona la mattina, quante uova si cucinerà per colazione e in che modo proverà ad imbrogliare per l’ennesima volta durante il solito gioco da tavolo.
Maison Effatà è una casa speciale, accogliente, piena di solidarietà, di cura reciproca e affetto sincero; è un luogo sicuro, dove persone che stanno vivendo periodi pesanti della loro vita e del loro viaggio possono trovare tranquillità, riposo, supporto, svago. In quella casa ho imparato quanto sia importante ascoltare e cercare di comprendere gli altri: in un contesto di quel tipo si ha la possibilità materiale di provare a decentrare il proprio sguardo, a non dare per scontato di sapere sempre cosa sia meglio per gli altri, ma imparare ad ascoltare davvero. Si ha l’occasione di decostruire quell’approccio eurocentrico che purtroppo ci portiamo dietro, spesso inconsapevolmente.

Creare spazi di resistenza e di cura
In quanto territorio di confine, Calais è un luogo peculiare, colmo di contraddizioni: è un luogo pieno di indifferenza, di violenza istituzionale, di sofferenza e di morte. Ma in mezzo a tutto questo c’è una piccola città nella città (che, in fondo, tanto piccola non è) abitata da decine di volontari e volontarie che dedicano mesi della loro vita al supporto delle persone in movimento, creando spazi di resistenza e di cura laddove le istituzioni creano soltanto abbandono e ingiustizia.
Calais è un luogo che inevitabilmente ti riempie di rabbia, ma la cosa più importante che ho imparato vivendo lì è che è possibile tirare fuori quella rabbia, condividerla e trasformarla in azioni concrete, che costituiscono un quotidiano tentativo di cambiare le cose e una contrapposizione netta contro le politiche di confine. Sono assolutamente convinta e sicura che quella parte di Calais continuerà ad organizzarsi, a lavorare tutti i giorni per opporsi a quelle violenze, a lottare per delle vie sicure e legali di movimento per tutte le persone che desiderano proseguire il proprio viaggio migratorio al di là della Manica, o in qualunque altra direzione.
40 km di mare da attraversare
Quando il cielo è limpido, dalla spiaggia di Calais si possono vedere le scogliere di Dover: è una distanza brevissima quella che divide la costa francese da quella inglese, eppure anche quel mare conta già tante, troppe vittime. Donne, uomini, bambini, persone che tentavano semplicemente di oltrepassare quel breve tratto di mare, ma che è semplice da attraversare solo per chi possiede un passaporto forte. Per tutti gli altri, invece, le uniche soluzioni sono tentare la traversata in mare affidandosi ai trafficanti o cercare di infilarsi in qualche camion diretto in Inghilterra. Vivendo in un luogo di confine si rischia di abituarsi a tutto questo, a vedere le persone guardare quelle scogliere dall’altro lato del mare con gli occhi stanchi ma colmi di speranza per il loro futuro. Io mi auguro che nessuno, a Calais o altrove, si abitui realmente a tutto ciò, che non può essere normalizzato, che deve continuare a far mobilitare chi crede che i confini non debbano esistere, chi crede nella giustizia e nella libertà.
Effatà in aramaico significa “Apriti”. A Maison Effatà, infatti, si impara l’empatia, la cura, si conosce il vero significato della parola “casa”. Vivendo lì si impara a condividere, a conoscersi, a prendersi cura di sé e degli altri in modo sincero, a rispettarsi e a volersi bene.
A Calais ho imparato quanto la rabbia sia un’emozione importante, perché quando viene condivisa e trasformata può dar vita a nuove realtà che sappiano contrastare le ingiustizie e creare piccoli tentativi di cambiamento, dove la solidarietà è al centro e dove gli esseri umani siano davvero trattati come tali. Maison Effatà dimostra tutti i giorni che un’alternativa a quelle politiche migratorie spietate non è un’utopia irrealizzabile, ma è una possibilità concreta e praticabile.








