
Accanto a chi vuole “buscar la vida”: la storia di Gabriela
Se dovessi presentarmi in base alla mia nazionalità, direi che sono colombiana. Se lo facessi in base alla mia formazione, direi che sono antropologa, con un master in sociologia e attualmente dottoranda in Pedagogia. Se parlassi dalla mia condizione attuale, sarei una persona straniera o una persona migrante. Ma ciò che più mi rappresenta, ciò che meglio esprime chi sono, è semplicemente definirmi come una persona che cerca esperienze con un significato profondo, che ha compreso che servire è un modo per onorare la vita e che crede fermamente nell’incontro tra mondi possibili.
Ceuta e l’accoglienza
Il mio primo contatto con ASCS è stato a Lampedusa e Agrigento, dove, insieme alle missionarie, ho vissuto una forma d’incontro profondamente significativa, qui in Italia. Quell’esperienza mi ha ispirato e mi ha spinta a partire per Ceuta nel febbraio del 2025.
Il mio intento era contribuire in tutto ciò che fosse necessario, esplorare le possibilità di accompagnare processi collettivi di trasformazione con giovani migranti ex-tutelati, offrire strumenti di partecipazione, generare spazi di dialogo e, forse, immaginare insieme a loro nuove forme di azione a partire da uno sguardo critico sul presente.
Lì ho compreso che parlare di “accoglienza” non si limita a rispondere ai bisogni materiali quotidiani. Significa anche offrire ascolto, guida e accompagnamento verso l’autonomia e l’emancipazione di corpi in movimento, che resistono alle logiche di marginalizzazione nei contesti di arrivo e che rivendicano la propria dignità.
La città di Ceuta è molto più di un’enclave spagnola in Africa. È una frontiera viva, con le sue stesse frontiere interne, un territorio segnato da vestigia coloniali, un laboratorio di gestione di corpi e vite attraversati dalla razzializzazione, dalla mobilità, dalla fede e da molte altre dimensioni.
In questo contesto, molti giovani migranti, per lo più ex-Minori Stranieri Non Accompagnati, affrontano un passaggio complesso verso l’età adulta. Vengono accolti in centri istituzionali fino al compimento della maggiore età, ma questi spazi, pur offrendo una protezione formale, raramente accompagnano in modo reale e impegnato i loro percorsi di autonomia.
L’esperienza al Centro San Antonio
Per questo considero così profonda l’esperienza vissuta al Centro San Antonio: perché offre sostegno proprio in quel momento cruciale di transizione, e perché dietro ogni azione si percepisce un’ispirazione autentica: agire sempre a partire dall’umanità.
Durante quel periodo, ho vissuto quotidianamente con un gruppo di giovani ex-tutelati: abbiamo condiviso momenti di formazione, attività ricreative, pause, discussioni e persino silenzi. Sono stata anche testimone e parte attiva nei processi di ingresso al Centro, osservando da vicino le dinamiche interne e le pratiche burocratiche legate all’accoglienza e alla migrazione.
Credo che il volontariato, al di là di essere un’esperienza con obiettivi personali, sia uno spazio fertile di costruzione collettiva. Può offrire chiavi preziose per pensare a futuri progetti di trasformazione sociale. In questo caso, ad esempio, permette di immaginare altre forme di accoglienza, con priorità e pilastri impegnati nella giustizia, nella dignità e nell’ascolto reale di chi abita i margini e, da lì, costruisce altri mondi possibili.







