
Una città fatta per partire: la storia di K a Maison Effatà
Un amico a Maison Effatà
Improvvisamente la sala si è svuotata, tutti si sono alzati da tavola e si sono ritirati nelle camere, al piano di sopra. Forse c’è ancora qualcuno che nel buio del giardino fuma l’ultima sigaretta della giornata. Solo K è rimasto seduto, piuttosto rabbuiato.
K non vive nella casa, è in città da lungo tempo, arrivato come tanti altri per tentare la traversata è stato fermato da un brutto incidente che lo ha segnato costringendolo tuttora a visite di controllo e cure continue. Ma è stato ben assistito e questo lo ha persuaso a tentare di rimanere in Francia. Così ha ottenuto il permesso di restare e oggi affitta da solo un piccolo monolocale. K è un amico della nostra casa ed è connazionale di buona parte di coloro che la abitano. Viene spesso in visita e non arriva mai a mani vuote, ma sempre con qualche borsa della spesa piena e l’idea di un qualche piatto tradizionale da cucinare per gli altri.
Il bisogno di rispetto e le ferite invisibili
– Boss, posso parlarti?
– Certo che puoi, non c’è da chiederlo! Dimmi tutto.
– Grazie, Boss. Vedi, io parlo tanto e forse troppo, qualche volta e spesso scherzo con tutti e tutti cerco di aiutare: tutti quelli che lo meritano. Ma io non sono uno stupido!
– Certo che no! Ma perché senti il bisogno di dirmi questo, ora?
– Perché il rispetto è tutto quello che mi è rimasto, da quando non ho visto arrivare quel maledetto treno che mi ha tolto molte cose. Ma mi resta il rispetto: il rispetto per me stesso e il rispetto degli altri, perché io chiedo solo rispetto e quando non mi viene dato per me è una ferita più grande di quelle che mi ha lasciato quel maledetto treno.
– Non capisco bene: sono io ad averti mancato di rispetto, K?
– Certo che no, boss! Non tu, ma avevo bisogno di dire questa cosa a qualcuno: perdonami, per il disturbo.
– Non lo dire neppure per scherzo! Nessun disturbo…
– Boss, io ho troppo pudore per mostrarti tutti i segni che l’incidente mi ha lasciato sul corpo e quelli che mi ha lasciato dentro non si possono vedere. Prendo tutte le mie medicine e nonostante questo ogni tanto ho la testa che mi scoppia e mi pare di perdere la ragione. Molte volte sono così stanco! Ma grazie alla bontà di Dio sono ancora vivo.
I documenti, la dignità e la voglia di rimettersi in cammino
A questo punto K prende il suo borsello demodé in finta pelle e ne estrae un portadocumenti talmente gonfio di tessere e scartoffie che pare sul punto di esplodere. Poi, sollevando appena il sedere dalla sedia, la sposta più vicino a me e continua:
– Mi sono messo in fila tutte le volte che mi veniva chiesto, con pazienza e fede e oggi sono regolare in questo paese. Guarda questa tessera, Boss. Ho notato che leggi meglio con i tuoi occhiali e vedo che li hai posati su quel mobile: posso portarteli, se me lo permetti.
Trattengo a stento una risata tra il nervoso e il sarcastico e decido di accettare il ruolo di anziano che K mi ha appena rifilato: a chiunque altro non lo permetterei.
– Sarebbe molto gentile da parte tua, K e mi aiuterebbe molto: queste tessere sono sempre scritte così in piccolo… Si tratta del tuo permesso di soggiorno e vale per altri dieci anni, è una buona cosa davvero.
A quel punto comincia ad estrarre tutta una serie di tessere dando un po’ di tregua alla cerniera del suo povero portadocumenti congestionato:
– Questa è la mia Carte Vitale. Ed ecco qui la mia carta di credito. Questa è una carta Revolut: la conosci, Boss? Ho anche la tessera dei clienti del Carrefour e quella dei clienti Leclerc…
A questo punto una grande tenerezza mi pervade e decido di fermare quell’esibizione di titoli che va scadendo un po’ nel naif, cercando di farlo con tutto il garbo di cui sono capace:
– Credo di avere capito quello che mi vuoi dimostrare, K, ma tu non devi dimostrare nulla: io penso che tu abbia fatto tantissima strada e ho molta stima di questo. Hai fatto in molti meno anni di me più di tutta la strada che io saprò percorrere nella mia vita.
– Grazie, Boss. Ultimamente penso che è tempo di rimettermi in cammino, di abbandonare questa città.
– Forse dovresti provare a farlo. In fondo avresti chi può darti una mano a farlo e avresti comunque tante persone da cui tornare, se non trovassi altrove quel che cerchi.
– Sì, forse dovrei farlo. Adesso, però, farei meglio a mettermi in cammino verso casa: ho parlato anche troppo e tu sei troppo paziente…
In viaggio verso Beau Marais: una città fatta per partire
– Permettimi di darti un passaggio con l’automobile, dammi il tempo di mettere le scarpe.
– Normalmente non potrei accettare, ma questa sera ti dico grazie e accetto: sono tanto stanco, Boss.
– K, io sono Michele, chiamami Michele.
– Ok, Boss Michele!
– Bella battuta… Ma sali in macchina, dai! E in silenzio!
K ridacchia soddisfatto e rilassato. In un attimo ci lasciamo indietro le ultime case del centro, passiamo sul ponte girevole che passa sopra l’imbocco del canale Saint Omer e infiliamo il viale che costeggia il porto. Attraverso le maglie dell’alta recinzione metallica la luna piena lascia intravedere la schiuma delle onde. Al di sopra del filo spinato che la sormonta il cielo è stellato. L’autoradio è sintonizzata su Radio Classique che diffonde le note di un pianoforte romantico, probabilmente qualcosa di Chopin.
– Quale altra musica ti piace, Boss?
Ridendo gli chiedo:
– Vuoi che mettiamo qualcos’altro?
– Ti piace la musica del Sudan?
– Me lo chiedi? La mia preferita!
Finge di crederci e traffica con il cellulare in cerca di qualche brano che lo soddisfi. Dopo un breve tratto di tangenziale siamo allo stadio e poco lontano si vedono gli alti palazzi bianchi del Beau Marais dove K vive.
– Boss, ti prego di non dire mai a nessuno della casa che affitto. A molti ho detto che ho un amico, un anziano signore francese che mi ospita per non essere solo, per altri ho inventato una fidanzata algerina che divide la casa con me ma ha un brutto carattere e non sopporta nessuno dei miei amici. Devi capire che, se non facessi così, avrei tutta la Jungle che bussa alla mia porta chiedendo ospitalità. E io davvero vorrei, ma non me lo posso permettere.
Me lo avrà chiesto almeno cinquanta volte, in precedenza. Ma devo dire che comprendo bene la sua ansia e dunque lo rassicuro per l’ennesima volta che conserverò il segreto. Intanto risuona una canzone sudanese che ripete: “Non sono nulla senza di voi, nient’altro che me stesso… Voi siete il mio desiderio, voi siete la mia destinazione.”. K sospira e dice:
– Forse è davvero il caso di andare altrove. Questa città è costruita intorno ad un porto ed è fatta per partire, non per restare…







