La crisi abitativa e dei trasporti per i braccianti agricoli nel Metapontino

Immerso tra distese di grano, a ridosso della strada provinciale, sorge un grande edificio con porticato, circondato da un bel giardino popolato da gatti. Si tratta di Casa Betania, una struttura di accoglienza situata nella frazione di Serramarina, all’interno del territorio comunale di Bernalda (in provincia di Matera), e amministrata dall’ufficio Migrantes della diocesi di Matera-Irsina.

Qui risiedono persone – sia ospiti attuali che ex residenti – impiegate stabilmente nella raccolta della frutta: fino alla scorsa settimana si occupavano delle fragole, mentre ora è il turno delle albicocche. Domani sarà il 2 giugno, ma la festività non fermerà i motori: la frutta matura non può attendere e si andrà ugualmente nei campi. Molti di questi giovani lavorano nella zona da diversi anni e, pur disponendo di un regolare contratto d’impiego e delle risorse economiche per pagare una locazione, si scontrano con l’impossibilità di trovare un alloggio.

Siamo stati a conoscere storie, luoghi e persone nella campagna materana con un gruppetto di giovani dell’ASCS insieme alle suore ausiliatrici, che hanno una comunità a Matera e si stanno avvicinando ai temi del lavoro stagionale in questo territorio.

Don Antonio Polidoro, alla guida della Migrantes diocesana, ha iniziato a supportare i lavoratori stagionali nel 2016, in seguito allo sgombero dell’insediamento informale della “Felandina” dove vivevano circa 500 persone in un ghetto all’interno di un grosso capannone. Quell’evento lo spinse a dare vita a questo e ad altri presidi per tamponare l’emergenza abitativa del territorio.

Don Antonio illustra le dinamiche di questa area agricola costiera, comunemente chiamata “Metapontino” dal nome di Metaponto, un’altra frazione del comune di Bernalda. Tra i territori di Bernalda e Scanzano Jonico si concentrano circa 1200 ettari dedicati alla coltura delle fragole, un volume produttivo che, insieme a quello della Campania, rappresenta il fulcro di questo settore in Italia. Questa coltivazione è diventata un pilastro occupazionale per l’intera area, tanto che Scanzano Jonico ha istituito da qualche anno la “Sagra della fragola” proprio per valorizzare l’identità cittadina legata a questo frutto.

La stagione di raccolta delle fragole va da fine febbraio a metà maggio, richiedendo un forte incremento di manodopera che attira lavoratori e lavoratrici da ogni parte del Mezzogiorno. Tuttavia, l’attività nei campi non si esaurisce in primavera: il terreno fertile della zona consente la coltivazione di numerose altre varietà ortofrutticole, come le albicocche e l’uva da tavola. Per i braccianti, la fine di un raccolto coincide semplicemente con l’inizio del successivo. Di conseguenza, l’impiego agricolo perde il carattere della pura stagionalità per trasformarsi in un’occupazione stabile, offrendo a molti la concreta opportunità di lavorare sul territorio per tutto l’anno.

Nonostante la stabilità dell’impiego, i braccianti denunciano costantemente la totale difficoltà nel reperire appartamenti in affitto, pur essendo in possesso di buste paga e contratti regolari. Pino Passarelli, attivo con l’associazione Tutti Migranti per tutelare e supportare i lavoratori stranieri, mostra i grandi immobili inutilizzati di Metaponto. Questa piccola frazione ha vissuto in passato una pianificazione urbanistica tarata su una crescita demografica che non si è mai realizzata. Oggi, alcune di queste strutture vuote – come un vecchio palazzetto dello sport – sono state occupate da chi necessita di un riparo, mentre altre sono state sbarrate e murate pur di impedirne l’accesso.

La geografia di quest’area venne ridisegnata negli anni ’50 dalla riforma fondiaria. Nel periodo successivo alla riforma del 1950, numerose famiglie giunsero da oltre 50 comuni diversi del Sud Italia per stabilirsi sui terreni assegnati, ripopolando aree che erano state bonificate nei decenni precedenti. Questo processo ha dato vita a piccoli centri caratterizzati da una forte frammentazione culturale, dove gli abitanti mantengono ancora oggi un legame profondo con le loro diverse radici d’origine. Il centro urbano di Metaponto resta il simbolo visibile di quell’epoca: la sua piazza principale è circondata da imponenti edifici progettati per accogliere un boom demografico rimasto solo sulla carta.

“Le case ci sono, ma non le affittano ai neri”. È l’esperienza diretta di Abdu, uno dei residenti della struttura di Serramarina. Molti proprietari scelgono infatti di affittare esclusivamente ai turisti per brevi periodi estivi o, in alternativa, preferiscono lasciare gli immobili sfitti piuttosto che concederli a lavoratori stranieri. Questa discriminazione costringe spesso i braccianti a vivere nei canali, in sistemazioni precarie o all’interno di alloggi privi di contratti regolari.
La regolarità abitativa, d’altro canto, è un tassello cruciale: senza un contratto non è possibile iscriversi all’anagrafe ed ottenere la residenza, che è il documento indispensabile per il rinnovo del permesso di soggiorno. A causa di questo cortocircuito, diverse persone non riescono a rinnovare i propri documenti, scivolando nell’irregolarità giuridica. Per arginare tale problematica, i Comuni potrebbero rilasciare la cosiddetta “residenza fittizia” (un indirizzo formale dedicato ai senza fissa dimora per garantire loro l’accesso ai diritti essenziali, come l’assistenza del medico di base), ma gli uffici municipali oppongono frequentemente forti resistenze nell’accordarla.

Oltre all’alloggio, sussiste un grave problema di logistica e trasporti: l’assenza di collegamenti pubblici adeguati penalizza l’integrazione dei nuclei familiari, lasciandoli in condizioni di isolamento e rendendo difficile il raggiungimento dei posti di lavoro e dei servizi. In questo vuoto istituzionale si inserisce il caporalato, che risponde alla carenza di servizi offrendo soluzioni illecite. Parallelamente, le stesse aziende agricole riscontrano forti difficoltà nel reperire manodopera, complice l’inefficacia dei centri per l’impiego pubblici. Questo stallo favorisce l’intermediazione abusiva dei caporali, che acquisiscono così un potere di ricatto sulle persone a cui procurano l’occupazione.

Nel territorio non mancano realtà che tentano di tamponare queste falle. La Caritas e la Migrantes di Matera offrono accoglienza a singoli e nuclei familiari all’interno di alcuni alloggi gestiti direttamente. Si tratta tuttavia di risposte abitative temporanee, inadatte a risolvere le necessità di chi avrebbe le piene capacità lavorative per stabilirsi definitivamente e costruire un futuro nella zona.

Sul fronte delle soluzioni a lungo termine si muove invece Franco Lo Monaco, in sinergia con l’associazione No Cap. Nel vicino comune collinare di Montescaglioso, Lo Monaco mappa le abitazioni disabitate, dialoga con i proprietari e li sprona ad affittarle ai braccianti stranieri. Per un periodo si è dovuto anche fare carico personalmente del trasporto dei lavoratori verso i campi, data la totale assenza di corse pubbliche tra Montescaglioso e le aziende agricole della pianura.

Anche le istituzioni ha messo in campo degli strumenti, come illustrato da Paola Andrisani, operatrice del Consorzio Nova. Il progetto FAMI Su.Pr.Eme 2 (“Sud Protagonista nel superamento delle Emergenze in ambito di grave sfruttamento e di gravi marginalità degli stranieri regolarmente presenti nelle 5 regioni meno sviluppate 2”) prevede tra le sue azioni l’allestimento di foresterie per i lavoratori. Tuttavia, anche questa misura si rivela provvisoria e non idonea per chi desidera una stabilità di vita e ha la necessità di consolidare la propria posizione burocratica.

In questo scenario balza agli occhi la quasi totale assenza del mondo imprenditoriale dal dibattito pubblico. Viene da domandarsi chi siano i veri soggetti invisibili di questa vicenda. Non lo sono i caporali e nemmeno i braccianti, i cui nomi emergono purtroppo solo in concomitanza di eventi tragici. Gli invisibili sono i datori di lavoro e i proprietari terrieri: coloro che traggono profitto da questo sistema di sfruttamento e che non vengono mai chiamati in causa.

Considerando l’evidente bisogno di manodopera da parte delle imprese, la politica dovrebbe cooperare con loro per elaborare soluzioni condivise. Va segnalato che alcune realtà aziendali si muovono già in autonomia sul fronte logistico, predisponendo autobus privati per trasferire quotidianamente i lavoratori dalle regioni limitrofe durante i picchi di raccolta. Ciononostante, a livello sistemico le imprese restano escluse: lo stesso programma Su.Pr.Eme agisce quasi esclusivamente sui braccianti, senza un reale coinvolgimento della controparte datoriale.

Paola Andrisani cita l’esempio della Spagna – pur con le sue criticità – dove le aziende agricole hanno l’obbligo di fornire l’alloggio ai propri dipendenti. Un altro modello virtuoso si trova in Piemonte, a Saluzzo, dove l’amministrazione comunale ha promosso una rete di ostelli diffusi destinati ai lavoratori, finanziata grazie al contributo economico dei datori di lavoro.

Per giungere a riforme strutturali è indispensabile avviare un confronto sinergico che veda la partecipazione attiva di tutti gli attori in gioco: istituzioni statali, tessuto imprenditoriale e singoli lavoratori. Il contrasto al caporalato è un nodo estremamente intricato. Sebbene la tutela contrattuale e il salario dignitoso rappresentino pilastri imprescindibili, non si può fare a meno di affrontare nodi cruciali come l’emergenza abitativa, la rete dei trasporti e i blocchi burocratici. Senza interventi su questi fronti, persino il lavoratore con le migliori tutele contrattuali rischia di rimanere privo di documenti, finendo preda di sfruttatori e venendo risucchiato nuovamente nel circuito dell’irregolarità.

A Matera, ultimo incontro del nostro percorso, siamo a pranzo con il vescovo mons Benoni Ambarus, fresco di elezione come presidente di Caritas Internazionale ma per tutti “don Ben”. Quale ruolo per la Chiesa locale in un contesto così complesso come quello del lavoro agricolo nel metapontino? Non ci sono ricette facili, ma piccoli passi da fare, percorsi da costruire con cura, processi da avviare su più livelli che richiedono continuità, accompagnamento, sensibilizzazione e persone qualificate.

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