Giù il cappello – parte 2

Ma dove sarebbe andato a finire D, con le sue valigie, senza la disponibilità della nuova casa? Non lo sapeva neppure lui, ci ha confessato. L’imbarazzo per i continui rinvii, il sapere di essere ancora a Casa Scalabrini, oltre le tempistiche stabilite dal progetto di semi autonomia, gli causava molta vergogna e non osava raccontarci tutta la verità sulla faccenda. Così è fatto il ‘nostro’ D, che si è avviato in cucina visibilmente alleggerito, incassando di buon grado il rimprovero.

La mattina che mi ha annunciato di aver trovato alloggio lo stavo accompagnando dai carabinieri di Frascati, con il furgone della Casa. Lì D doveva rendere una testimonianza intorno ad una faccenda di poco conto, capitata nell’ambito del suo lavoro. Vedendolo in apprensione mi sono offerto di andare con lui. Si è presentato in cortile con l’immancabile cappellino calato in testa ed un jeans strappato ad arte. Gli ho fatto notare che, dovendo andare “dalle guardie” poteva mettersi un pantalone che prevedesse le ginocchia. Ha proposto di andarsi a cambiare, ma la rapidità non è la sua dote più spiccata e abbiamo pattuito che sarebbero andati benissimo i jeans rotti per finta.

Con la spiacevole sensazione di chi stia accompagnando qualcuno al patibolo, ho cercato per tutto il viaggio di distrarlo, ma il povero D era teso come una corda di violino e si può ben capire: per chi ha il suo vissuto si sviluppa una naturale diffidenza verso ogni situazione che preveda la presenza di gente in divisa.

Come se non bastasse, al comando dei carabinieri di Frascati, quella mattina, doveva esserci un qualche vertice, per cui era tutto un via vai di graduati ed attendenti in uniforme da grandi occasioni. Temendo che D rischiasse il collasso gli ho mormorato: “Sta tranquillo, questi stanno andando a mangiarsi una pizza e ci vanno conciati così, sperando che non li fanno pagare…”. Il primo accenno di sorriso della giornata è apparso sul volto di D, anche se per un breve istante.

Evidentemente c’è qualcosa in lui che mi cava fuori un insospettato senso paterno, o meglio, qualcosa che mi porta a imitare quel che mi pare essere paterno. E così, dopo l’osservazione sui jeans strappati, ho aggiunto un’altra noiosa raccomandazione: “Vero che, quando ti chiamano nell’ufficio, te lo togli dalla testa questo cappellino? Che così, almeno lui, almeno il carabiniere, avrà la possibilità di vederti senza…”. In effetti c’è del vero, nel senso che, fino ad allora, mai avevo visto D senza il cappellino in testa. Mai.

Poco dopo è arrivato il momento e lo hanno chiamato in ufficio. Attendevo tranquillo, sapendo che si trattava di una formalità e poi perché è difficile trattare male D. E se ne dev’essere accorto anche il brigadiere che, dopo pochi minuti, è uscito sorridente a braccetto con lui che, finalmente, aveva ripreso a respirare.

Prima di risalire sul furgone ha voluto che ci facessimo un selfie da mandare a Dakar.

Verso casa, dopo avermi raccontato dell’appartamento preso in affitto, insieme a ‘Giovanni e Giacomo’ mi ha detto: “Comunque la sera della festa per Iftar… Quella sera io scendo per fare la preghiera con gli altri. E allora mi vedi senza cappellino!” E così è andata. Quella sera D si è presentato con l’abito lungo tradizionale, bianco candido, senza cappellino, per la prima volta. Quando la preghiera è terminata è volato in camera e, alla stessa velocità di Clark Kent nella cabina del telefono, in un attimo ne è uscito con il consueto look da Jovanotti ai tempi di “Sei Come La Mia Moto”.

Ce n’è voluto di tempo ma, i nostri Aldo, Giovanni è Giacomo, quando ormai si iniziava a disperare, hanno avuto le chiavi dell’appartamento sulla Togliatti. L’impasse diplomatico tutto senegalese si è risolto. E così, anche per D, si avvicina il momento del commiato da Casa Scalabrini 634… O forse no?

Per restare sempre aggiornato, iscriviti alla Newsletter.

    Ho preso visione della Privacy Policy di ASCS Privacy Policy