
Al di là del mare: le parole di Michele
Ciao, sono Michele, ho 26 anni e abito a Treviglio, una cittadina in provincia di Bergamo. Ho studiato cooperazione internazionale e attualmente mi trovo in Sierra Leone a svolgere il servizio civile internazionale con la Caritas Italiana. Parlando con un’amica che aveva svolto un’esperienza di volontariato internazionale con gli scalabriniani in Messico ho pensato che, essendo in attesa per la candidatura al servizio civile, avrei potuto spendermi facendo volontariato da qualche parte ed è così che ho conosciuto ASCS e sono partito alla volta di Calais.
Calais e il lembo d’acqua da attraversare
Calais è una città situata nel nord della Francia, in una delle regioni più povere del Paese, è una città di modeste dimensioni, con larghe spiagge che si affacciano sul canale della Manica e dalle quali nelle giornate di sole si riescono a vedere le bianche scogliere di Dover. Ma, forse, Calais non è conosciuta per questo, quanto piuttosto per gli accampamenti (Jungle) diffusi un po’ ovunque in città e per le migliaia di migranti che attendono pazienti il momento propizio per attraversare quel lembo di acqua (40 km) che separa la Francia dall’Inghilterra, per una nuova vita, al di là del mare.
“Apriti” e Maison Effatà
In questo contesto emergenziale e in continua evoluzione, Maison Effatà offre un po’ di stabilità, un luogo accogliente dove stare, riposare, in attesa di ripartire. “Effatà”, parola aramaica che significa “apriti”, usata da Gesù per guarire il sordomuto, è il nome della casa gestita da ASCS con il supporto dei padri Scalabriniani presenti a Calais, ed è questa la parola simbolo della mia esperienza e un invito, rivolto a me, “apriti”.
I migranti che arrivano a Maison Effatà sono individuati e proposti da Secours Catholique (la Caritas francese), tra quelli ritenuti più vulnerabili e, dopo un breve colloquio, accolti all’interno della casa.
I migranti possono rimanere fino a 6 settimane, con alcune eccezioni del caso, avendo a disposizione pasti e un posto letto, seppur la maggior parte di essi durante la permanenza, tenta comunque la traversata, specialmente nelle ore notturne.
La capienza massima della casa è di 10 ospiti e solamente altre 2 strutture in tutta Calais accolgono migranti in transito, tutti gli altri (e si parla di migliaia di persone) vivono, o meglio sopravvivono, in accampamenti di fortuna, tende o magazzini abbandonati.
Maison, “casa”, non potrebbe esserci parola più azzeccata di questa, ma prima di accogliere qualcuno bisogna farsi accogliere, e così è stato per me, sono stato accolto in casa da Michele (coordinatore della casa) e Sofia (volontaria), ancora disorientato in quel luogo di cui tanto avevo sentito parlare e che ora era lì intorno a me.
La vita nella casa non seguiva una vera e propria routine, come d’altronde in nessuna casa, c’erano dei momenti comuni, come la cena e la riunione settimanale, ma per buona parte del tempo i ragazzi erano liberi, spesso andavano nelle varie jungle (divise per nazionalità) per organizzare il viaggio o, nei giorni di apertura, al centro di Secours Catholique.
È importante sottolineare come tutte le persone che passano per la casa hanno come obiettivo quello di raggiungere l’Inghilterra e, dunque, Maison Effatà si colloca come un tassello all’interno del loro viaggio, non ancora la meta.
Condividere la quotidianità
La mia presenza nella casa penso fosse più simile a quella di un coinquilino che di un volontario, o almeno a me piace pensarla così, non un posto in cui vai per qualche ora al giorno a prestare “servizio” ma un luogo che abiti, in cui stai, spazi che condividi con giovani, spesso più piccoli di te, 24 ore su 24, 7 giorni su 7… non stai facendo solamente volontariato ma qualcosa di ancora più profondo, stai condividendo la quotidianità con queste persone e questo, fidatevi, cambia tutto.
È nella quotidianità infatti che entri in contatto con queste persone, ma non come qualcuno da assistere o che ha bisogno di aiuto, ma semplicemente qualcuno con cui condividere un the caldo o una partita a carte. È stando nelle relazioni che la dicotomia tra chi aiuta e chi è aiutato, tra chi offre un servizio e chi lo riceve, pian piano lascia il terreno al fiorire di una relazione “sana” e dunque vera.
È in questo spazio, in questo modo che finalmente i tuoi occhi e le tue orecchie si “aprono”.
Alcuni ringraziamenti
Dunque “ringraziare desidero” (cosi come direbbe Mariangela Gualtieri) Yussef, per la sua incredibile capacità di prendersi cura degli altri, Mohamed, per avermi insegnato che la parola avvocato e avocado si scrivono nello stesso modo in francese, Abdu, per averci fatto da traduttore durante le riunioni, Ammar per le partite a ludo e per avermi insegnato a schioccare le dita alla maniera “sudanese”, Omar per essere una presenza silenziosa, Walid per essere un leader nonostante la giovane età e tutti gli altri che ho avuto la fortuna di incontrare.
E infine un grazie, forse quello più grande, va a Michele e Sofia, due persone veramente spettacolari (non mi hanno pagato per dirlo tranquilli), con le quali sono grato di aver condiviso un pezzetto del mio cammino e che oggi, nonostante i chilometri di distanza, posso chiamare amici. Grazie da parte mia per quello che avete fatto e che, nel caso di Michele, stai ancora facendo per i migranti a Calais, e anche un grazie, ne sono certo, da tutte quelle persone che hanno bussato alla porta e hanno trovato voi ad aprirla: “Benvenuto a casa”.
P.s. Vorrei dedicare questo breve articolo a tutti i figli, i padri, le madri e fratelli che hanno perso la vita nella traversata, nella speranza di un futuro migliore, al di là del mare.









