
Calais, le tube de l’été
Torino/Marrakech, Novembre ’25
Driiin. Suonano alla porta. È Merawi.
“Salam Aleikum.” — “Hey… Aleikum Salam.”
Entra, si toglie le scarpe e subito dopo il giubbotto salvagente arancione. Come se nulla fosse, lo appende insieme alle altre giacche, si infila le sue ciabatte rosa e va in camera a riposare dopo aver salutato. Eppure ieri sera non aveva il salvagente. Ma non è il momento di fare una domanda di cui conosco già la risposta.
Capita sempre più spesso, con il caldo che avanza, che i ragazzi in casa partano alla sera con gli occhi illuminati all’idea di una traversata positiva, per poi rincasare al mattino stanchi morti, ma ancora aggrappati saldamente alla speranza di farcela la prossima volta…”Inshallah”.
Dalla Patagonia al confine di Calais
Mi chiamo Mattia, arrivo da Torino come i grissini, e adoro tutte quelle attività in cui sudi tantissimo per arrivare in cima a una roccia da cui, tendenzialmente, scendi dieci minuti dopo. Ho studiato ingegneria ambientale, ma non ho mai fatto davvero l’ingegnere. Anzi, nell’ultimo anno sono stato un viaggiatore.
Insieme a Sophie, la mia ragazza, ci siamo presi un anno (abbondante) sabbatico. All’inizio sono partito da solo — in Islanda in bici, poi in giro per l’Europa in moto e a piedi. Poco dopo, con Sophie, abbiamo seguito le increspature delle Ande in Sud America, dalla Patagonia alla Colombia.
Forti della nostra fortuna di avere un passaporto europeo, i confini ci sono sempre apparsi come una mera scocciatura burocratica, e non come una barriera da valicare in cui si potrebbe perdere la vita. Così abbiamo pensato fin da subito di dedicare parte del nostro tempo a un confine, vicino a casa, cercando di portare un beneficio che, sicuramente, è stato più impattante per noi stessi che per qualcun altro.
Avevo già partecipato in passato a “Io Ci Sto” in Puglia e a una due giorni a Ventimiglia con ASCS, quindi rivolgerci a loro è stato naturale.
Così come è stato naturale abituarsi alla vita a Maison Effatà e a Calais.
La vita a Maison Effatà
Dalla routine casalinga — la spesa, i turni di pulizia e di cucina — fino all’inserirsi nella dimensione di questo piccolo paese, tutto è sembrato sorprendentemente facile. “Calais, le tube de l’été”, dice il colorato manifesto degli eventi estivi del comune. Raffigura un tubetto di eventi da spremere, da vivere a fondo. Ma solo per una certa quota di abitanti.
Nonostante ciò, mi sono davvero sentito a casa. Non la casa dei genitori: più quella che dividi con gli amici all’università. C’è sempre qualcosa da fare, da pulire o da migliorare, ma nel complesso è “casa”. In italiano non c’è questa distinzione, ma è stata home, non solo una house.
In una serie di pomeriggi assolati abbiamo deciso di sistemare il giardino, dipingendo le bandiere delle varie nazionalità sul tavolo e colorando ogni asse delle panchine di un colore diverso. Per fortuna l’estate stava arrivando anche a Pas-de-Calais, nel nord della Francia. È scappata pure qualche gita al mare.
Il pensiero delle onde, amiche scherzose di giorno e spettrali mani che si avvinghiano ai polpacci di notte, si è presentato in questo duplice modo per la prima volta nella mia testa.
Abbiamo fatto amicizia in fretta, a gesti, con gli otto o nove ospiti del momento a Maison Effatà. La maggior parte di loro parlava arabo o tigrino, e le conversazioni tramite Google Translate erano tanto lente quanto esilaranti per le perle che regalavano.
I giorni sono volati tra musica, playlist condivise su Spotify e qualche “hit” araba canticchiata. Poi il dizionario arabo-tigrino-inglese stampato e appeso in cucina, i pomeriggi senza SECCAT a giocare a Ludo, imparando i numeri in arabo fino a diciotto (poi finiscono i tre dadi).
Il torneo di Ludo con due scacchiere in contemporanea è stato un gran momento: la competizione era alta, la tensione sembrava quella dei rigori del 2006.
Soprattutto, quello che ci ha uniti è stato iniziare a cucinare alle tre o alle quattro per cena. La quantità di cipolle consumate — persino al mattino con lo yoghurt — è incredibile. Ma anche patate, carote, cetrioli… È festa ogni volta che qualcuno porta in cucina un barattolo di burro d’arachidi dalla dispensa: un eroe, chi ha compiuto lo sforzo di scendere le scale per ottenere il prezioso nettare ipercalorico.
Gli abitanti di Maison Effatà
Chi erano, in quel momento, gli abitanti di Maison Effatà? Chi con una laurea in infermieristica, chi con un Mac a casa, chi ha passato nove anni a lavorare come decoratore in Libia, chi dice “AH! Porta Nuova!” e ci mostra sul telefono le foto di Torino.
Anime perse dal cuore gigante. Personaggi buffi che ti offrono caffè allo zenzero a tutte le ore e che si preoccupano di procurarsi gli ingredienti (a spese loro!) per il piatto nazionale o per festeggiare qualche evento religioso.
Una volta c’è stata un’accesa discussione in arabo stretto riguardo a un ospite temporaneo con il gesso alla caviglia, che non poteva fare le scale e bivaccava sul divano comune. Dai toni avremmo giurato che volessero linciare il povero ragazzo per riottenere lo spazio del divano. Invece ci siamo commossi nello scoprire che stavano discutendo su come aiutarlo nel modo migliore. Il tutto si è risolto temporaneamente grazie a dei datteri che, a quanto pare, fanno miracoli per le ossa spezzate.
Non sono mancate le situazioni difficili. Ad esempio Mohammed, a cui hanno tolto tutto. Era venuto qui per convincere il fratello a non partire — perché in Francia, dove lui ha già il visto, si sta bene. E invece si è ritrovato pestato, derubato di telefono e documenti, con una gamba rotta e una mano conciata così male che forse non recupererà l’uso di alcune dita. Non l’ho mai sentito lamentarsi. Voleva solo tornare a casa e vivere una vita senza preoccupazioni, lontano dalle jungles.
Dico cose sicuramente scontate: noi abbiamo tutto e ancora non sappiamo cosa vogliamo dalla vita. Loro non hanno nulla, eppure sanno benissimo cosa vogliono.
Alla fine del nostro mese, partire è stata dura. Noi torniamo alle vacanze, sentendoci bene con noi stessi — delle brave persone. E loro?
Mettere il dito nei buchi causati dall’assenza di umanità
La vita continuerà simile per un po’, in una bolla calaisienne, interrotta ogni tanto dai suoni attutiti dei passi sulla sabbia e dallo schiaffo freddo del mare alle prime luci del mattino, quando si tenta di saltare su un gommone in direzione del pallido luccichio delle white cliffs of Dover. Spero davvero che possano avere la vita che desiderano. Se lo meritano molto più di quanto noi potremmo mai meritare qualsiasi cosa.
Una volta a casa, le domande di amici e parenti sono state tanto semplici quanto difficili da affrontare. — “Com’è andata? Torneresti?”
Come si fa a rispondere? È come immaginare di sintetizzare Il Signore degli Anelli in: “Frodo e alcuni amici devono disfarsi di un anello scomodo”.
Per me, il rischio è di essere riduttivo e di non dare il giusto spazio alle emozioni. Un po’ come avrà notato il lettore in questo testo: eccessivamente descrittivo, malinconico, disilluso, spero non troppo vuoto. Ma che altro devo dirti, caro lettore? Dai media occidentali, dalle riviste, dagli articoli, si ha un’infarinatura così superficiale della complessità della situazione migratoria che mi viene da dar ragione a San Tommaso: nei buchi che causa l’assenza di umanità bisogna metterci il dito, per credere davvero a quanto possano essere profondi.
Eppure, tutti i ragazzi che ho conosciuto erano pronti a lottare e a uscirne sulle loro gambe.







