We Care for Andrea

Mi chiamo Andrea, sono marchigiano ma da anni vivo a Bologna, dove ho studiato e lavorato come ricercatore per un paio d’anni. A Bologna ho studiato biologia fino ad arrivare al dottorato. La mia vita è sempre stata abbastanza focalizzata negli studi e nel lavoro in laboratorio. Negli ultimi anni mi è stato più difficile concentrarmi su questi, mosso dalla necessità di nuovi spunti e interessi. Questi li ho trovati nell’attivismo, nell’attenzione verso la giustizia sociale, e nelle persone. Finito il dottorato ho proseguito come assegnista di ricerca, ma ho iniziato a fare una doppia vita: nel tempo libero mi coinvolgevo  in attività di associazioni locali per la tutela dei diritti e nello specifico i diritti delle persone migranti. In questi ultimi 3-4 anni ho partecipato a progetti per l’insegnamento della lingua italiana, aiuto nella ricerca del lavoro, e advocacy in generale. Queste attività sono state determinanti per me per l’incontro di nuovi obiettivi, altre prospettive, altri progetti. Ho conosciuto in quel periodo ASCS attraverso una coppia di amici, partiti anche loro per un volontariato. Incuriosito e in cerca di stimoli, ho accettato il loro consiglio di partecipare al corso per volontari organizzato a Roma nel 2019. Trovai il corso estremamente motivante, un esperienza di per sé interessante e piena, dalla quale uscii entusiasta. Sarei voluto partire immediatamente. Ho aspettato due anni prima di contattare finalmente Lucia. Il colloquio in videochiamata fu abbastanza breve. Credo di averle detto che mi sarebbe piaciuto andare in Colombia, ma in realtà in cuor mio sarei andato ovunque, sarei entrato con piacere in qualsiasi progetto mi avesse proposto e che avesse bisogno di volontari. I progetti attivi al tempo erano pochi a causa della pandemia, ma mi disse che se avessi voluto sarei potuto sicuramente andare a Tijuana, nella Casa del Migrante. Fatto. Credo aver deciso sul momento.

La casa del migrante di Tijuana è un rifugio per persone migranti al confine tra Messico e Stati Uniti. Ciò che fin da subito mi è piaciuto della casa è il suo tentativo di dare alle persone altre opzioni: al di là della possibilità o meno di ottenere asilo negli Stati Uniti (davvero impossibile per la maggior parte di loro) si cerca di promuovere la costruzione di un piano B, una prospettiva alternativa dignitosa. Da quando sono arrivato non ho smesso di imparare. Ho imparato moltissimo dalle persone. Ho incontrato e conosciuto messicani da tutte le parti del paese, e honduregni, guatemaltechi, salvadoregni, haitiani, africani, afghani, siriani, russi, ucraini. Tijuana è una città di migranti, anche per questo nonostante sia esteticamente discutibile e pericolosa, è anche estremamente interessante. La frontiera di Tijuana è la più attraversata al mondo. Dall’altra parte c’è il falso sogno americano. Quando avviene un cataclisma, una guerra, qualcosa dall’altra parte del mondo che spinge persone a partire, qualcuna di loro si incontrerà di sicuro a Tijuana. La frontiera del mondo. Tutti, o quasi, vogliono arrivare dall’altra parte.

Il lavoro con le persone nella Casa del Migrante mi ha insegnato a frenare il giudizio, quello della prima impressione, di fronte ad una persona magari dai modi bruschi, con la quale è difficile relazionarsi. Accade che quando conosci la storia incredibile che la persona ha vissuto, capisci almeno perché non può essere facile, e che c’è un mondo dietro. Ho imparato ad ascoltare le persone, a mettermi in discussione, senza fare troppe domande ma facendomi domande, lasciare che mi si racconti quello che mi si vuole raccontare, senza giudicarlo. C’è chi fugge, c’è chi non ha scelta, c’è chi vuole solo un lavoro migliore, c’è chi ha una famiglia ad aspettarlo, c’è chi la famiglia non ce l’ha più, c’è chi domani parte con un coyote, c’è chi forse riceverà un permesso per arrivare negli Stati Uniti con una speranza d’asilo, c’è chi ha un amico che “cruzó” un mese fa o che un mese fa è stato deportato, c’è chi di opzioni non crede di averne.

Ho imparato a fare di più con gli altri, a lasciarmi aiutare. Nei primi turni nella Casa del Migrante volevo essere io padrone del turno, arrivare a fare tutto nella cucina senza chiedere aiuto, ma non è questo il modo di farlo. Oltre a poter contare sull’appoggio degli altri volontari, si può contare sull’appoggio degli ospiti, cucinando insieme, organizzando la cucina o un’attività. Una comunità. Ho imparato anche così a parlare spagnolo, a riconoscere accenti e cadenze, ho imparato a cucinare riso e fagioli per cento persone, a cucinare il “casamiento” con gli haitiani, e il “ pollo sudado” con gli honduregni.

Ho imparato molto anche di Tijuana, di questa città assurda, una copia uscita male, o fin troppo sincera, di una città californiana degli Stati Uniti, dove però non ci si prende la briga di nascondere i frutti del capitalismo e del consumismo, o di renderli gradevoli, no, tutto è ovvio, brutale, l’immondizia per le strade, le persone dimenticate, perse tra centri accoglienza, mense sociali e ponti, la criminalità, l’alto muro arrugginito che spezza sogni e vite. Ho imparato molto anche sui diritti umani, sulla migrazione haitiana, centroamericana e messicana, sui deportati, sui coyote, sulla criminalità organizzata, sulle politiche migratorie statunitensi e messicane, ho imparato molto sul groviglio nel quale tutti questi fili si mescolano a formare un quadro ribollente e sconcertante, i cui segni sono ovunque nella città.

Credo che questa sia un’esperienza determinante nella mia vita. Sto alimentando senza sosta la voglia appassionata di far qualcosa di tutto questo, di costruire con tutto ciò che ho avuto la fortuna di imparare. Ho cercato fin da subito di conoscere il più possibile, non solo della Casa del Migrante e delle persone che la attraversavano, ma anche del contesto in cui si trova, delle problematiche generali di questo pezzetto di mondo, delle ragioni e delle strategie per cercare dare risposte e agire in concreto. Da questa esperienza mi porterò dietro nuove prospettive che non avrei mai immaginato, nuove possibilità che non avrei valutato, nuove energie da canalizzare in qualcosa di buono. Mi porterò dietro amici, molti amici, tra volontari e persone in generale con le quali ho avuto e ho la fortuna di condividere ancora qualcosa. Mi porterò dietro la voglia di fare di più, di continuare in qualche modo a contribuire e impegnarmi in campo umanitario e sociale, con l’idea che forse è a questo che vorrei dedicarmi in qualche modo nonostante la mia formazione scientifica totalmente agli antipodi. Credo di essere sicuro a questo punto di non essere per fortuna la stessa persona che è arrivata qui mesi fa, e che la persona che arriverà alla fine di questa esperienza sarà ancora diversa, e che il minimo in assoluto che potrò fare sarà almeno condividere cosa c’è stato in mezzo.

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