
Un’esperienza umile a Calais
Un’esperienza umile a Calais
Ciao, mi chiamo Sophie, ho 30 anni, sono olandese, ma vivo in Italia da 6 anni. Lo scorso novembre ho lasciato il mio lavoro nel turismo per prendermi un anno sabbatico e viaggiare con il mio ragazzo Mattia in Sud America. Prima di partire, avevamo deciso di dedicare una parte del nostro anno sabbatico al volontariato. Eravamo consapevoli del lusso che potevamo permetterci (lasciare il lavoro e viaggiare per il mondo) ed entrambi volevamo dedicare un po’ di questo tempo libero a qualcun altro, fare qualcosa che non fosse solo vantaggioso per noi. È così che abbiamo incontrato ASCS; Mattia aveva già fatto il volontario per un altro loro progetto e dopo qualche contatto con vecchi amici abbiamo scoperto il progetto Borders e la Casa di Accoglienza Maison Effatà a Calais, in Francia.

Dopo alcune chiamate introduttive siamo stati selezionati per trascorrere il mese di giugno a Calais.
È stato uno dei momenti più memorabili della mia vita.
Non avevo aspettative, dato che non avevo mai fatto niente di simile e credo che, anche se ne avessi avute, questa esperienza le avrebbe superate.
La casa si trova nel centro di Calais e ospita dai 5 ai 9 uomini, di età, background e lingue diverse, ma tutti con in comune il fatto di essere tra le persone più gentili e cordiali che abbia mai incontrato. Tutti così diversi nel carattere, ma tutti con anime meravigliose.

Abbiamo trascorso le nostre giornate aiutando in casa: la mattina puliamo e svolgiamo alcune faccende domestiche di base, il pomeriggio lo dedichiamo a giochi o a progetti di gruppo che organizziamo insieme, come dipingere i mobili da giardino, decorare la casa o creare un dizionario visivo arabo-tigrino-inglese. La sera la casa si anima durante le sessioni di cucina con musica sudanese e i preparativi condivisi. Il cibo è fantastico; abbiamo fatto del nostro meglio per imparare e abbiamo già organizzato cene di successo ricreando i piatti per amici e parenti.

In breve, il mese che abbiamo trascorso a Maison Effatà è stato come se lo avessimo trascorso con la nostra famiglia. Ci siamo sentiti come in una bolla in cui abbiamo riso, cucinato e giocato insieme, anche se non capivamo quasi una parola di ciò che ci dicevamo. Non sempre servono molte parole per esprimere i propri sentimenti e trovare una connessione.
Gli attimi più difficili sono stati i piccoli momenti in cui ti rendi conto che queste persone meravigliose non hanno i tuoi privilegi: hanno amici che vivono in tende non lontano da dove ti trovi, sono partiti una o due notti per cercare di attraversare la Manica (così facile per te da attraversare in aereo, barca o auto) in modi pericolosi, e sono visti dagli altri come illegali o non benvenuti…

Sono momenti in cui ti senti impotente, confuso e in bilico tra il mondo in cui ti trovi e quello fuori. Se solo riuscissi a far vedere a tutti quello che vedi tu, a far sapere loro quello che sai…
Per concludere, è stata un’esperienza meravigliosa che ancora oggi mi scalda il cuore.
Oggi non vedo più numeri quando sento parlare di traversate migratorie, ma penso alle persone che conosco e di cui mi sono presa cura (e chissà che un giorno ci incontreremo di nuovo, quando avranno trovato il posto che meritano, in quanto persone non solo tali e quali noi ma addirittura migliori).





