Accoglienza e gratitudine: il mio viaggio alla Casa del Migrante Nazareth

Sono passati più di 6 anni dal primo incontro con ASCS. Era un rovente giorno d’estate romana quando ho bussato per la prima volta alla porta di Casa Scalabrini 634 per conoscere la possibilità di fare volontariato sul territorio. Sentivo la necessità di dare qualcosa agli altri. Quel giorno però, inaspettatamente, ha iniziato a prendere forma un desidero rimasto a lungo inespresso. Così, organizzato il tutto tra Roma e Milano, sono partita all’inizio di ottobre. Era il 2017, destinazione: Nuevo Laredo, città messicana dello stato di Tamaulipas al confine con il Texas. Sì, perché in quel periodo c’era urgente bisogno di aiuto da quelle parti e ho pensato che fosse proprio giunta l’occasione di vivere un’esperienza unica d’incontro con l’altro, e realizzare il desiderio di fare volontariato all’estero, in particolare in un paese latino-americano. Da quel momento è iniziato un viaggio che mi ha cambiato la vita.

Quando sono arrivata a Nuevo Laredo ero ansiosa e spaventata. Il primo impatto è stato forte. Le strade percorse di sera durante il mio arrivo erano deserte, solo qualche scagnozzo dei narcos a vigilare. Ho superato le mie paure ricordandomi che stavo andando a fare qualcosa di buono.

Il servizio alla Casa del migrante Nazareth è un lavoro che ho appreso giorno per giorno. La Casa accoglie centroamericani richiedenti visto umanitario, persone migranti respinte alla frontiera nel tentativo di attraversarla illegalmente e i cosiddetti “deportados” messicani.

Agli ospiti viene fornita assistenza primaria: un pasto caldo, un luogo dove dormire e un cambio di vestiti. Il lavoro svolto dai volontari è fatto di cose semplici, che chiunque è in grado di gestire, ma che nella loro semplicità devono funzionare con il ritmo giusto per far sì che il meccanismo non si inceppi e che si possa far fronte a qualsiasi emergenza. Tale semplicità ha un grande valore ed è proprio comprendendola e rispettandola che ognuno può dare il proprio contributo. Un simile contesto rende palese il grande valore nascosto nelle piccole cose.

La Casa funziona anche con il contributo degli stessi ospiti, che collaborano con gratitudine. È soprattutto in questi momenti che si intavolano conversazioni e si stabilisce quella fiducia che fa sì che condividano la loro storia. Ho imparato ad ascoltare, perché in alcuni momenti è la sola cosa che si possa fare. Perciò, lavorare con persone migranti va oltre il semplice sforzo fisico. È un impegno mentale e soprattutto emotivo; è acquisire responsabilità verso l’altro che è persona e non numero, come i media spesso ci propinano; persona con necessità, sogni e aspirazioni oltre a quei diritti che spesso a causa della situazione di vulnerabilità in cui si trova vengono negati. Queste esperienze rendono possibile riconoscere dei volti nei numeri che leggiamo sui giornali.

Sono stati tre mesi intensi fatti di incontri, racconti, esperienze, di impegno e adattamento. Inizialmente mi sembrava che tutto si muovesse molto lentamente e che non potessi avere un grande impatto. Osservando però come il direttore della Casa e i volontari della comunità lavoravano con le persone del progetto e restando in ascolto, ho compreso che dovevo concentrarmi sui piccoli cambiamenti. Ho imparato a rallentare e ad apprezzare quei ritmi culturali spesso molto dilatati. Un’esperienza di cui porto con me i ricordi, le emozioni e soprattutto gli insegnamenti, tanto che ho in seguito iniziato ad occuparmi anche di comunicazione interculturale.

Sono così grata per questa opportunità che mi ha dato così tanto e che continua a darmi tanto a distanza di molti anni. Il lavoro che svolgo oggi presso lo Scalabrini International Migration Institute è parte integrante di questo racconto.

Sono molte le persone a cui va la mia gratitudine. Per tutto quello che ho vissuto ringrazio Emanuele, Lucia e Gioacchino che per primi mi hanno accolto e che hanno da subito creduto in me. Grazie ai volontari con cui ho prestato servizio e a padre Giovanni Bizzotto, direttore della Casa e prezioso compagno di viaggio; ci sono tutti colo che ho incontrato durante il mio servizio e che spero di aver aiutato con il mio piccolo contributo. Io di certo ho ricevuto molto in cambio da loro: un’esperienza unica in un luogo spesso dimenticato.

Un ringraziamento speciale va, infine, ad ASCS e ai missionari scalabriniani. Per i suoi 20 anni auguro ad ASCS di continuare “a farsi migrante con i migranti” con l’impegno e la dedizione che la contraddistinguono e a regalare speranza a tutti noi.

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2025-02-11T17:30:35+01:00
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