In movimento, tra persone e confini: la mia esperienza con ASCS in Cile
Per me non è mai semplice spiegare chi sono, probabilmente perché mi sento in continuo movimento. Penso che ogni persona sia fatta di tante storie, esperienze e cambiamenti, e sono proprio le differenze e gli incontri con altre culture che mi affascinano di più.
Le mie radici e il richiamo del movimento
Mi chiamo Daniela. Sono nata e cresciuta a Milano da genitori siciliani emigrati negli anni ’70. Con il tempo ho imparato a comprendere l’importanza delle mie origini: quell’attaccamento a una terra in cui non hai mai vissuto davvero, ma che senti dentro, e uno spirito primordiale che probabilmente ho ereditato dai miei genitori, quello del movimento. Perché sì, dal mio primo viaggio, anche se breve, non mi sono più fermata. Ho iniziato così a coltivare la mia più grande passione: l’incontro con altre culture, il movimento, il viaggio.
Una vocazione al servizio: tra educazione e cooperazione
Nella vita faccio l’educatrice professionale. Ho lavorato in contesti diversi e con differenti forme di vulnerabilità, ma al centro per me ci sono sempre state le persone e il percorso fatto insieme. Posso dire sinceramente di aver collezionato più sconfitte che vittorie, ma anche se a volte è difficile e frustrante, mi basta pensare a quei piccoli passi verso il cambiamento lasciati lungo la strada.
Nel tempo ho conseguito un Master in Cooperazione Internazionale e Inclusione Educativa e, negli anni, ho avuto l’occasione di partecipare a due progetti di sviluppo all’estero: prima in India e poi in Albania. Entrambe le esperienze sono state molto arricchenti, sia dal punto di vista umano che professionale, e hanno confermato il mio desiderio di esplorare il mondo e la mia naturale predisposizione verso l’altro. Anche per questo, l’anno scorso ho deciso di partire con ASCS.
L’arrivo a Santiago: il mio impegno con ASCS in Cile
Ho conosciuto ASCS quasi per caso, cercando online associazioni che potessero darmi l’opportunità di fare un’esperienza di volontariato in America Latina, un continente che da tempo attirava la mia attenzione. Non avevo una meta precisa: per me la cosa più importante era mettermi a disposizione. Alla fine, ho scelto di venire a Santiago, in Cile, per sei mesi.
Oltre i documenti: l’ascolto e la tutela dei minori all’INCAMI
Qui do principalmente il mio supporto all’INCAMI (Instituto Católico Chileno de Migración), un organismo della Conferenza Episcopale cilena che si occupa di accompagnare e orientare le persone migranti rispetto alla loro situazione migratoria e alla regolarizzazione dei documenti. Ma INCAMI è molto più di questo: è un luogo che accoglie le persone e le loro storie, fatte di coraggio, resilienza e ingiustizia. Ogni giorno arrivano circa 60 persone, a volte anche di più, e si crea nel tempo un rapporto di continuità e fiducia con consulenti e avvocati. Nello specifico, il mio supporto riguarda la regolarizzazione dei minori sul territorio: significa svolgere attività di consulenza e seguire pratiche legate alla residenza di bambini, bambine e adolescenti.
Quello che mi ha colpito di più di questa esperienza è il bisogno, da parte delle persone che incontriamo, di essere “semplicemente” ascoltate: essere viste come persone con una voce, e non come numeri, nazionalità o casi da telegiornale. Un luogo che accoglie e include, e che vede la mobilità umana come una ricchezza, non come un problema.
Una casa che accoglie: la vita nella residenza Scalabrini
Oltre a questo, ogni giorno ho l’opportunità di pranzare e cenare nella residenza familiare gestita dalla Fondazione Scalabrini. Per me è un momento di pausa e di condivisione, sia con l’équipe che gestisce la residenza sia con le famiglie accolte. Con loro si condividono le cose più semplici, cosa si è fatto durante la giornata, ma anche racconti più personali, legati alle proprie radici e al proprio percorso migratorio. Si tratta perlopiù di famiglie venezuelane, colombiane e peruviane, ma non solo; spesso segnate da vite in bilico tra due realtà: il proprio paese d’origine, desiderato ma dove è difficile o impossibile immaginare un futuro, e il paese che li ha accolti, scelto con la speranza di una vita migliore, ma a volte ostile e ancora un po’ distante dalla loro cultura.
Nell’ultimo mese ho avuto anche la possibilità di affiancare lo staff, una volta a settimana, nelle attività proposte dal CIAMI (Centro Integrado de Atención al Migrante), luogo in cui vivo e dove si organizzano corsi e iniziative rivolte a donne e persone migranti che risiedono nel territorio.
Sentirsi a casa nell’incontro con l’altro
Se penso a quando mi sono sentita davvero a casa, mi vengono in mente i momenti di condivisione più semplici: i pranzi e le cene insieme, le conversazioni spontanee, le storie raccontate attorno a un tavolo. È lì che ho capito che sentirsi a casa, a volte, significa semplicemente sentirsi parte di qualcosa, o a volte, è proprio l’incontro con l’altro.
Quello che mi porto a casa è la conferma che, probabilmente, basterebbe fermarsi e ascoltare davvero l’altro, senza giudizio e senza preconcetti, ricordandoci semplicemente di essere umani.









